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English

La nostra ricerca trova il suo interesse nell’indagare il momento processuale della comunicazione, la «zona grigia» tra il referente e il significante. Un «brusio di senso barthesiano», imprescindibilmente legato al tempo presente. Qualsiasi linguaggio tecnico o artistico utilizzato, rappresenta per noi una forma di trapasso, di traduzione da un codice interpretativo all’altro. Nella nostra ricerca il linguaggio è come fosse un espediente utilizzato non come mera analisi semiologica, ma come mezzo d’interpretazione alternativa della contingenza. L’opera, secondo noi, è trasparente, nel senso che non crea immagine, ma conduce al di là del limite contingente, è l’insieme di un processo e di un tempo che prende forma dall’interazione con il contesto, fatto di osservazione e rispetto, attraversamento paziente e costante. Crediamo che esista una sorta di intenzionalità interna, una sorta di desiderio degli oggetti, degli elementi che compongono un paesaggio, come di alcuni spazi e costruzioni dal destino irrisolto, così come della singola immagine che preme per stabilire o ripristinare connessioni, comporre famiglie, correre come corre l’immaginazione degli esseri umani, producendo associazioni. È nostro proposito creare nuove possibili narrazioni tra gli oggetti, i processi quotidiani, una drammaturgia apparentemente autocostruita, disegnando uno “spazio” in perenne trasformazione, mai fissato una volta e per tutte dalla volontà: spostando, costruendo e decostruendo, favorendo più soluzioni di montaggio di modo che l’atto della creazione diventi una costante senza fine. Il montaggio, secondo noi, ha estrema importanza nel preservare discontinuità, produrre silenzi e impasse. È importante che l’opera si sottragga alla finzione dell’esaustività autoriale, risulti anzi indeterminata: produca mancanza, incertezza, interrogazione, riflessività, per questo motivo amiamo parlare di “paesaggi involontari”. E’ nostra intenzione rivolgerci a uno spettatore sovrano cui chiediamo un contributo autonomo di rielaborazione. Sottoponendo talvolta narrazioni frammentarie da incoraggiare a diffidare di versioni ufficiali e definitive. In questo periodo sostanzialmente stiamo riflettendo su un’idea di “monumento fine a se stesso”, continuamente ri-costruito e riadattato fino a diventare una forma totalmente ibrida, un documento costantemente ri-scritto, una memoria ri-attualizzata. Il “documento-monumento è creato contemporaneamente alla narrazione ed è un luogo del desiderio perché non ha esistenza precedente, se non in potenza”.